Supermercato

Primo atto

Un lui e una lei.

Lui cerca, lei cerca. Si incontrano e si accorgono entrambi che stanno cercando, se non fosse che risulta subito evidente che stanno cercando cose diverse. Perché lui cerca solo sesso, lei cerca qualcosa in più. La solita vecchia storia.

Lei gli dice che non è interessata. Beh, non in assoluto! Chi di noi non è interessato al sesso? Magari non solo a quello. Si tratta solo di mettersi d’accordo. E stavolta l’accordo non si trova. Pazienza.

Passa qualche mese e lui si fa risentire. E questo è già un evento di per sé. Lui vuole rivederla. Lei cerca di ricordargli perché non abbia funzionato la prima volta e lui ammette di aver sbagliato e che vuole un’altra possibilità. Secondo evento memorabile. Lei accetta. Si vedono, cenano allegramente, continuano a sentirsi per cinque o sei giorni, finché lui una mattina le manda un messaggio scrivendo che non riesce a lasciarsi andare e che lei merita di meglio. Non risponde e non scrive altro.

Fine del primo atto.

Secondo atto

Un lui e una lei. Magari lo stesso lui o la stessa lei. O magari un altro lui e un’altra lei. Fa’ lo stesso.

Si conoscono da diversi mesi, decidono alla fine di uscire. Lui si presenta come un tipo a posto, uno di quelli che fa le cose fatte bene, con le idee chiare e la testa sulle spalle. Lei ha qualche problema a fidarsi e vuole capire chi ha di fronte. Si frequentano per un paio di settimane. Si divertono, chiacchierano e ridono per serate intere. E’ piacevole trascorrere del tempo insieme, nonostante qualche dubbio o qualche risposta lasciata in sospeso. C’è un capodanno di mezzo, l’idea di festeggiare insieme scivola via. La mattina del primo dell’anno lei riceve un messaggio nel quale lui dice che lei gli piace e si scusa perché non si sente di affrontare una relazione. Non risponde e non scrive altro.

Fine del secondo atto.

Terzo atto.

Un lui e una lei. Come prima, fate voi.

Si conoscono ad una festa. Feeling istantaneo. Complicità vicinanza risate. E’ tutto molto piacevole e spontaneo. Abitano in città diverse, hanno vite completamente diverse, quella di lui decisamente più incasinata. Entrambi con un passato più o meno ingombrante alle spalle. Entrambi consapevoli che sarebbe stato bello regalarsi bei momenti senza pensare troppo al futuro. Solo con la voglia di stare bene insieme. Telefonate messaggi pensieri a distanza, tutto bello e naturale, con la sola voglia di esserci. Una sera si salutano con baci e abbracci, dal giorno dopo lui si dissolve nel nulla. Scompare lasciando il dubbio che non ci sia mai stato. Non risponde e non scrive altro.

Fine del terzo atto.

Potrei continuare per ore, perché di storie come queste se ne sentono costantemente. L’unica cosa che mi rimane dopo averle ascoltate o vissute è la sensazione che si entri nella vita degli altri come se si entrasse in un supermercato. Ci si aggira fra gli scaffali cercando quello di cui si ha più bisogno in quel momento: invece che detersivi e salumi, cerchiamo in esposizione coccole attenzioni e sesso, cerchiamo momenti di svago, di leggerezza senza complicazioni, senza voler troppo scendere nei dettagli. Scegliamo le cose che ci piacciono, scartando velocemente quello che non ci interessa e se il prodotto ha smesso di incuriosirci usciamo dal supermercato, spesso senza neanche pagare il conto.

Il conto, molto spesso, lo paga chi ha subìto il furto. Ma cosa vuoi che importi? Noi siamo già lontani, in cerca di un altro negozio….

Paura.

Cos’è questo rumore? Non capisco. Forse mamma e papà litigano di nuovo. Non fanno altro da un po’ di tempo. Vorrei dirgli di smetterla. Tanto lo so che aspettano che vada a dormire per cominciare a discutere. Non capiscono che mi spaventano? Che loro litigano ed io ho paura? Ho provato a chiedere a mamma cosa sta succedendo, mi risponde sempre la stessa cosa: che è tutto a posto, che io sono piccolo e non capisco! Sono piccolo solo quando conviene a loro. Sennò sono grande e mi devo comportare da grande. Secondo loro avere paura è da piccoli. Secondo me anche i grandi hanno paura. Ho visto la faccia di mamma quando papà alza la voce. Credo che anche lei abbia tanta paura.

Di nuovo quel rumore. È come se qualcuno stesse bussando su una parete. Ma da dove viene? Forse dai nostri vicini, forse da fuori. Ora, provo a tirare fuori la testa da sotto le coperte e guardarmi intorno. Ecco, non c’è niente di strano. A parte quell’ombra sulla serranda. La vedo da tanto tempo, ormai. Sembra l’ombra di un uomo seduto sul balcone, con un cappello in testa e una gamba piegata. Non si muove, sta sempre lì. Forse sente anche lui questo rumore. Forse sta qui per me, per starmi vicino. Di lui non ho paura. E quel rumore non si sente più. Quasi quasi provo a dormire. Domani voglio andare al parco…

Pizzicati

Sera tiepida e stellata di metà agosto. Gente in piazza, tanta gente, di ogni età. Accenti diversi, visi sorridenti. Aria piena di odori, quelli dell’estate, del sudore, del dopo sole e dei cibi cucinati per la festa.

Sullo sfondo un palco, microfoni, leggii, chitarre, tamburi, fisarmonica, violino. Eccoli, gli artisti. Entrano in scena, si accendono le luci.

Lei si gira a guardare, incuriosita ed eccitata, in mezzo a gente distratta. Si avvicina al palco, il più possibile. La musica parte. Il ritmo cadenzato ripetuto le entra nelle orecchie e da lì scende e rimbomba nel petto. Il suo respiro si rompe con il battito dei tamburi. Muove una mano, poi la testa, poi le gambe. Inizia a ballare come sa, danza antica, movimenti primordiali impulsivi, che sanno di terra natura stagioni e pioggia. Il suo corpo segue la musica, chiude gli occhi e si fa trascinare nel vortice di una pulsazione istintiva. Li riapre e per un attimo perde l’orientamento, guarda i suoi piedi, guarda il cielo stellato e poi davanti a sé. Lui si è materializzato come la musica tutt’intorno. Segue il suo ritmo, le sta di fianco, si avvcina e si allontana. Si sfiorano senza toccarsi, si inseguono, si sorridono. Occhi negli occhi, schiene sudate e respiro rotto. Lei gioca con il suo fazzoletto rosso, lo dondola davanti al viso di lui e lo tira via. Gira su se stessa, lui le danza attorno. La musica cresce, il ritmo incalza, sempre più veloce. Si avvicinano tanto da sentire l’odore della pelle, ruotano insieme con piccoli passi. Balena in testa l’idea che in un ballo si possa vivere una vita intera, una storia intera, fatta di gesti contatto tensione dubbio ed emozioni. Il pezzo sta per finire, non può durare per sempre. Lei tiene il fazzoletto con due mani, lo rigira in aria per farlo finire sulle spalle di lui, dietro il suo collo. Lui lo afferra con una mano nell’urgenza delle ultime battute della canzone. Sono vicini, si guardano e respirano immobili. La musica finisce, partono gli applausi, la gente si accalca, li divide e li allontana. Si girano e rigirano nella folla. Lui stringe un fazzoletto rosso fra le mani e non la vede più.

Ssshh, silenzio!

Pensi troppo, giuro, davvero! Pensi troppo, sempre. Pensi a quello che è stato e quello che sarà, e come dovrà essere e come avrebbe potuto diventare.
E cosa ci guadagni? Credi davvero che sia più facile vivere così? Credi che sia la cosa migliore?
Lo so. Non riesci a non farlo. Vorresti che qualcuno ti desse la ricetta miracolosa per staccare la spina, per bloccare i percorsi mentali vecchi e nuovi. Beh, ti confido un segreto: non esiste nessuna ricetta.
Non fraintendermi. Voglio dire: un modo c’è, d’altronde c’è sempre, ma non è una ricetta facile facile da poter tirare fuori all’occorrenza, dosare un po’ di questo e un po’ di quello e il gioco è fatto! Dovresti imparare, con calma e costanza, a seguire di più le tue emozioni, a lasciare andare i sentimenti, a fidarti del tuo istinto. E’ il vecchio trucco di seguire la pancia e zittire la testa. Facile a dirsi, molto meno a farsi per chi come te è abituato da decenni a fare tutto il contrario.
Guarda il lato positivo: potrebbe essere entusiasmante provare una cosa nuova, come percorrere una strada mai fatta per andare a lavoro. E magari poi scopri che la nuova strada è più facile, meno trafficata e con un paesaggio migliore. D’altronde, è sempre stimolante cimentarsi in qualcosa per la prima volta. Potrebbe anche darsi che ci prendi gusto, chi lo sa! Se mai provi, mai lo saprai.
Stai in silenzio. Tanto sai bene come funziona la tua testa. Senti quando un pensiero arriva, sai benissimo cosa sei capace di costruire su quel singolo pensiero, interi film con prequel e sequel, personaggi e sceneggiatura inclusi.
Lascia fare!
Preparati una serie di scemenze su cui focalizzare l’attenzione per quando arriverà il prossimo pensiero (che tanto arriva, è solo questione di tempo!): la faccia di Homer Simpson, una copertina di Topolino, una scena di Friends… Cose così! Oppure, guarda, se vuoi ti dò anche alternative rilassanti: un tramonto sul mare, la tua gatta che fa le fusa, un camino scoppiettante… Tutto pur di evitare le prossime venti o trenta sceneggiature che hai in testa a disposizione!
Fai come me e renderai unica la tua vita, imparerai a non vivere di rimpianti, assaporerai ogni attimo a tua disposizione. Vivrai la tua follia!

A braccia aperte

Le tue parole mi fanno compagnia, la tua voce mi segue la sera quando sono sola, quando mi ritrovo con me stessa e faccio fatica a mettere a dormire un altro giorno. Ho bisogno di vederti. Di capire che sei reale, quanto me. O forse di più. Ho bisogno di guardare i tuoi occhi e leggere un’emozione, senza necessità di spiegare. Ho bisogno di odori sapori gesti. E sembra così banale adesso chiederteli, perché dovrebbe essere normale averli a portata di mano. Invece, normale non è, affatto. Hai anche tu la sensazione che sia speciale proprio perché non è normale? Pensi anche tu che, qualunque cosa accada, non sarà mai normale? No, non rispondere. Ho paura che tu sia d’accordo con me, così come ho paura ogni volta che le stesse parole escono veloci dalle nostre labbra.
Avvicinati a me senza fretta, ché la fretta mi spaventa. Prova ad avere pazienza, quando ti accorgerai che un passo verso di me mi spinge ad indietreggiare. E’ tutto così strano, per me. Non mi riconosco, non riconosco le mie reazioni. Come un computer guidato da un accesso remoto: io lo guardo e so che è mio, perché l’ho usato così tante volte, e all’improvviso fa cose che non capisco, cose che non credo di essere capace di fare. Prima o poi, l’accesso remoto spegnerà il collegamento e riprenderò confidenza con il mio sistema. E’ solo questione di tempo.
Per questo, non ti chiedo niente, se non di stare qui. Avvicinati a me con la tua vita, con i tuoi ricordi. Tu sai tutto di te. Sai cosa ti ha fatto diventare quello che sei, sai da dove vieni, conosci i tuoi percorsi mentali, le tue paure e i tuoi desideri. Io non so niente di te. Non ancora, forse mai. Non m’importa saperlo. Voglio capire chi sei adesso, voglio entrare nella tua vita da questo istante in poi. Apri le tue mani e guardale. So cosa vedi. Pezzi di ciò che è stato, le tue ferite, i tuoi gesti lontani, le strette di mano, le carezze, gli schiaffi. Guarda le tue mani e offrimi i tuoi giorni e lì, proprio lì fra quelle linee dove tu vedi il tuo passato, io vedo il mio futuro.

Facciamo due chiacchiere.

Serata fra amiche, chiacchiere e ristorante cinese. Ci raccontiamo le nostre ultime vicende in un accavallamento di parole e nomi e situazioni. Quanto ci piace chiacchierare. Non so perché. Dev’essere colpa del corpo calloso.
Con alcune mie amiche posso parlare per ore e il giorno dopo ricominciare e trovare altre cento cose da dire.
Fra uomini è diverso. So che parlano anche loro, li ho visti. E’ un modo diverso di interagire, loro si raccontano molto meno, più che altro ridono e scherzano, beati! Un amico mi ha anche spiegato come gli uomini affrontano i problemi: uno espone il fatto, l’altro ascolta, annuisce e butta lì qualche interiezione, tipo “ma dai” oppure “addirittura” e poi il discorso finisce con un “che facciamo sabato sera?”. Fantastico. Indipendenza intellettuale allo stato puro. Sì, lo ammetto, li invidio.
Gli uomini parlano tanto solo quando hanno a che fare con le donne. Allora sono capaci di lunghe chiacchierate, discorsi articolati, roba da sport estremi, a cui ci si prepara con duri allenamenti e ripetizioni serali. Infatti, essendo uno sport di un certo livello, non tutti riescono ad eccellere. Ci devi anche essere portato, devi nascere con quella predisposizione innata che ti renderà un outsider. Per questo, capita di vedere maschietti completamente spiazzati di fronte ad una donna, con la sindrome del “mo’ che dico?” stampata sul volto attonito. Sono quelli meno avvezzi alla pratica, di solito anche con meno discorsi interessanti da sfoderare. Poveri.
Invece, le donne non si fermano mai. Parlano parlano parlano. Se sono fumatrici, il tutto è anche inframezzato da sigarette in comune. Ma non è essenziale. Perché per le donne non c’è bisogno di trovare scuse o posti particolari. Parlano in qualunque occasione e in qualunque luogo. Sui treni, nell’ascensore, in fila al fast food, da un balcone all’altro. Ambiente d’elezione: il bagno! Pubblico o privato che sia. Le migliori chiacchierate si fanno lì. Non riesco a contare le volte che ho parlato con un’amica durante la fila d’attesa fuori dai bagni dei locali (perché le donne hanno anche una necessità dieci volte superiore agli uomini di dover fare la pipì!). Una volta, un’amica durante l’attesa mi ha raccontato tutta la vita di suo fratello, le sue delusioni d’amore e la difficoltà di vivere con la madre. Ha continuato anche mentre ero chiusa dentro, ascoltavo la sua voce ovattata che mi giungeva da dietro la porta chiusa, e non c’era neanche bisogno che rispondessi: nell’antibagno si era creato un conciliabolo di donne commentatrici che si sono unite allegramente alla conversazione. Che meraviglia! Non ci fermiamo davanti a nulla!
E non parliamo del telefono! Telefonate chilometriche! Io sono capace di fare qualsiasi cosa mentre parlo al telefono: cambiare le lenzuola al letto, stendere i panni, fare due piani di scale con le buste della spesa in entrambe le mani, vestirmi, farmi la ceretta e lavare i piatti. Ho sottoscritto un contratto di minuti illimitati di chiamate, su fissi e mobili, che non si sa mai! Perché prima avevo solo 400 minuti al mese, che puntualmente terminavano in due settimane! Uno strazio, una donna finita!
Infine, una confessione che probabilmente verrà condivisa da altre donne come me: a volte, parlo anche da sola.
E tremo al pensiero che prima o poi mi risponderò!

Passo dopo passo

Un passo. In avanti. Sta rimettendo in circolo l’energia. La osservo da un po’. Fin dall’inizio.

La osservo in silenzio. Non voglio farmi sentire, non voglio che sappia che sto qui a guardarla. Non deve pensare che voglia metterle fretta o che la stia giudicando perché ha deciso di prendersi tutto questo tempo senza muovere un dito.

È così che doveva andare. Ora, credo che sia giunto il momento che lei capisca che può diventare quello che desidera, quello che avrebbe potuto essere già da tempo se solo avesse voluto.

Avrà paura di sbagliare strada, avrà paura di cadere di nuovo, così come avrà modo di capire che la strada giusta non esiste,  di capire che dopo ogni caduta ci si rialza più forti.

Eccola. La sento. Si chiede spesso se abbia un senso quello che sta facendo. Mi verrebbe da dirle che il senso deve trovarlo dentro se stessa e che qualunque cosa che la faccia sentire sbagliata va eliminata. Non esiste un senso assoluto, esiste il senso relativo che diamo alle cose, che cambia costantemente. Mi verrebbe da dirle che si deve fidare del suo istinto, che non sbaglia mai. L’istinto è più rapido della ragione, trova in un lampo la stonatura, la dissonanza, quel dettaglio che le fa aggrottare le sopracciglia per un secondo, che la fa sentire a disagio.

Eppure continuo a tacere. Perché lei sa già tutto, perché prima o poi lo scoprirà. Perché non te lo spiega mai nessuno cosa fare, devi scoprirlo da solo.

E lei ha già scoperto così tante cose, il passato appartiene ad un’altra vita, ad un’altra persona. Non era oro tutto quello che brillava, perché ora non brilla più. Magari non era neanche amore, anche se un tempo sembrava l’unica cosa certa che avesse. Cambia tutto, in continuazione. Cambiano i punti di vista, gli obiettivi, i desideri. Cambiano i significati delle cose, quello che prima era fondamentale ora non vale niente e una idiozia qualunque diventa essenziale.

Lentamente si sta svegliando, si tira su e chiude l’ombrello perché sta smettendo di piovere.

Un altro passo, e un altro ancora. Deve continuare a camminare, ad andare avanti. In un giorno come tutti gli altri. Il primo giorno diverso.

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