Il pagliaccio

Mi guardi con quegli occhi che conosco a memoria, con lo sguardo che accompagna sempre questi momenti. Cosa vuoi che sia cambiato? Assolutamente nulla. Stesso copione, stesse parti recitate all’infinito. Solo per noi, per dimostrarci quanto siamo bravi, quanto sia tutto sotto controllo, ogni singolo istante nello stesso posto, dove lo avevamo lasciato la volta prima.

Cosa dovrei dirti adesso? Ti aspetti che trovi le stesse parole, le parole che ti fanno stare bene, che ti gratificano e ti rassicurano. Quante volte ho pronunciato quelle parole per te, per coccolare la tua anima in subbuglio. Pronunciate in risposta alle tue, che hai imparato a dire a mio unico beneficio, perché sai benissimo dove e come colpire, conosci ogni singolo viottolo da percorrere per arrivare esattamente dove vuoi arrivare. Ed io te l’ho permesso, ti ho lasciato continuare a colpire i miei tasti più sensibili perché mi emozionavi così tanto, mi regalavi tutto quello di cui avevo bisogno anche senza esserne del tutto consapevole, precipitandoti in promesse di ogni tipo, anche senza avere la capacità di riuscire a mantenerle.

Ti sei travestito, come quei pagliacci che ti piace disegnare, quelli per cui vai matto e che a me fanno paura. Ti sei travestito con quel tuo sorriso sognante, quel tuo modo di guardare così innocente, quelle tue mani delicate e colorate. Un pagliaccio che fa finta di essere innocuo e divertente, che con la sua maschera nasconde i controsensi, il dolore, l’assurdità di una vita senza fondamenta, l’incongruenza di un presente senza futuro. Avresti dovuto farmi paura da molto tempo, avrei dovuto avere la volontà di vedere sotto il tuo cerone bianco l’incapacità di essere quello che avevi la pretesa di rappresentare. Mi sono fatta prendere in giro dalla pomposità del tuo vestito a balze, dalle tue scarpe enormi, dai tuoi guanti morbidi, dal tuo cappello col fiore sempre fresco. Quello che fingevi di essere. Accogliente rassicurante spassoso sicuro e soprattutto inoffensivo.

Ricordo adesso con estrema facilità tutte le nostre discussioni infinite, comprendo i meccanismi malati che ci hanno legato senza scampo, ho trovato una spiegazione per una dipendenza totalmente avulsa dalla realtà. È stato come se fossi proprio io a dirti: amami e vivi per me e per me soltanto e poi feriscimi, fammi male, prendi la mira e colpisci dritto al cuore. E anche quando non ci riuscivi, compresso nei tuoi limiti vigliacchi e silenziosi, ero ancora lì ad offrirti l’altra guancia, a dimostrarti che non facevi poi così male, che potevo sopportare ancora e ancora.

Quanta fatica per vedere al di sotto della tua maschera, quanto tempo prima di vederti spogliato dei tuoi gingilli! Per capire che dietro non c’era nulla di quello che ti sforzavi di dimostrare. E quanto tempo prima di capire che quel dolore non poteva essere il mio nutrimento, prima di capire che l’idea che avevo di te era molto più sublime e pura di quanto fosse la vera immagine di te, sciapa e deprimente. È stato un gioco al massacro, un’illusione strappata con le unghie e con i denti ad una realtà che non accettavo, un atto di forza contro tutto e tutti per dimostrarmi che non potevo aver sbagliato così tanto.

Ti ho rincorso aspettato odiato cullato e ti ho perdonato così tanto e così tante volte che ho dimenticato cosa voglia dire vivere un amore senza farsi male. Ho calpestato il mio orgoglio, l’amore per me stessa. Ho rischiato di diventare un’altra persona, non quella che piano piano ho costruito negli anni, ma quella che tu ti aspettavi che io fossi. Il solito vecchio refrain: io ti amo per quella che sei eppure ti assicuro che ti amerei di più se ti trasformassi in quella che io desidero che tu sia per me, e mi raccomando: sceglilo liberamente, non mi permetterei mai di chiederti nulla.

Sono arrivata al traguardo, al capolinea di un treno che ha finito le corse, esaurito ogni meta. Il treno sarà smantellato e distrutto, non avrà più modo di riprendere i suoi atroci percorsi deformi. Adesso bastano una parola o un gesto o una considerazione su quello che siamo stati per farmi venire il voltastomaco. Per farmi decidere con rabbia che non c’è altro modo tempo e spazio. Prendo le distanze da te e da tutto quello che hai rappresentato, mi scrollo di dosso la sensazione di inadeguatezza e il tumulto delle passioni soffocate. Ti lascio percorrere i tuoi viali alberati di confusione e discorsi a metà, non ha più senso che io stia al tuo fianco e che tu mi chieda di farlo. Questo è quello che rimane: delusione e silenzio, conditi dalle tue frasi stonate e distorte di paura e incapacità, che dispensi con la vacuità di chi lotta contro fantasmi inconsistenti della propria mente.

Non ci sei, e non sei. O non sei mai stato.

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